Pagliacci

Ripensando ai Pagliacci a Roma

Teatro dell’Opera di Roma – Pagliacci di Ruggero Leoncavallo – 12-19 marzo

Direttore: Daniel Oren – Regia: Franco Zeffirelli.
Interpreti: NEDDA, nella commedia Colombina: Nino Machaidze/Valeria Sepe. CANIO, nella commedia Pagliaccio: Brian Jagde/Luciano Ganci. TONIO, nella commedia Taddeo: Amartuvshin Enkhbat/Roman Burdenko. SILVIO, contadino: Vittorio Prato. BEPPE: Matteo Falcier.

Il commento si riferisce alle recite del 16 e 17 marzo.

Benché ragioni di età, ed anche in parte di salute, limitino ormai i viaggi con cui, non  molto tempo fa, andavamo ad assistere ai migliori e/o più interessanti spettacoli d’opera, non abbiamo potuto rinunciare al viaggio a Roma per vedere dal vivo la storica  regia di Pagliacci di Franco Zeffirelli, andata in scena per la prima volta nel 1992, dieci anni dopo l’uscita della trasposizione cinematografica dell’opera di Leoncavallo, girata dallo stesso regista nel 1982, con protagonisti Placido Domingo, Teresa Stratas e Juan Pons.

Aggiungiamo che la regia di Zeffirelli (tanto più non trovandoci del tutto concordi con alcune scelte del regista, come vedremo più avanti) non è stata il solo motivo del viaggio. Elementi tutt’altro che secondari, infatti, sono stati il desiderio di assistere al debutto nel ruolo di Canio di Luciano Ganci, un tenore che seguiamo con grande interesse fin dagli albori della carriera, e il piacere di ascoltare dal vivo la lettura musicale di un direttore di grande esperienza e di notevole sensibilità come Daniel Oren, lo stesso, tra l’altro, che aveva diretto trent’anni fa la prima rappresentazione di questa produzione zeffirelliana.

Abbiamo avuto la fortuna supplementare di poter assistere, nel breve lasso di due giorni e due rappresentazioni consecutive, con due diversi cast ma, fatto abbastanza insolito, con lo stesso tenore protagonista che, diciamo subito, non ha certo deluso le nostre aspettative, dando dell’impegnativo personaggio un’interpretazione eccellente sotto ogni aspetto, per le qualità vocali e tecniche che gli consentono di spaziare dall’impressionante, squillante sicurezza degli acuti alle più commoventi sfumature, in particolare in “Vesti la giubba”.

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Se a questo aggiungiamo una dinsinvoltura ed efficacia scenica non comune, crediamo di poter affermare che – per quanto Luciano Ganci sia ritenuto da molti, e a buona ragione, un tenore prevalentemente verdiano (come dimostrato, del resto, poche settimane prima, nello stesso teatro, dalla sua splendida intepretazione di Radames in Aida) – con questo debutto potremmo aver trovato il Canio del prossimo futuro.

Ottimo, mediamente, il livello dei due cast. Valeria Sepe e Nino Machaidze danno di Nedda due intepretazioni percettibilmente diverse, per evidenti differenze vocali e di temperamento, ma entrambe valide sotto ogni aspetto, mentre l’intepretazione di Tonio di Amartuvshin Enkhbat risulta, almeno per qualità vocali, più efficace di quella del pur bravo Roman Burdenko. Quanto agli altri intepreti, buono il Beppe di Matteo Falcier, nella sufficienza il Silvio di Vittorio Prato, a cui non manca, tra l’altro, il “ physique du rôle” che rende credibile il suo personaggio.

Ma al di là della godibilissima prestazione dei cantanti, ed anche del piacere di ascoltare l’accurata, intensamente coinvongente lettura musicale di Daniel Oren alla testa degli eccellenti complessi orchestrali e vocali dell’Opera di Roma, protagonista assoluta dello spettacolo non poteva che essere la regia di Franco Zeffirelli, ancora così efficace, fresca, attuale dopo tutti gli anni trascorsi.

Una premessa, necessaria a questo punto. Chi scrive ha, ovviamente il più grande rispetto per Zeffirelli, per la sua professionalità, per il suo indiscutibile amore per l’opera, per la sostanziale fedeltà – oggi sempre più rara e addirittura, talvolta, quasi disprezzata, se non addirittura ridicolizzata – che non fece mai mancare agli autori dei testi che metteva in scena.

Pagliacci
Pagliacci, l'omaggio a Zeffirelli seduce l' Opera di Roma. Dieci minuti di applausi hanno coronato al Teatro dell' Opera di Roma la prima di Pagliacci nella riproposizione dell' allestimento suggestivo pensato nel 1992 da Franco Zeffirelli proprio per la Fondazione musicale della capitale.

Nel caso di questi Pagliacci, il regista si sentì quasi in dovere di giustificarsi per la trasposizione della vicenda in epoca più vicina a noi. Tuttavia, nonostante l’ambientazione – a quanto si può desumere dai dettagli, attorno agli anni Cinquanta – la storia è conservata sostanzialmente intatta, e al giorno d’oggi questo è, per lo spettatore, un raro dono di cui essere grati.

Tuttavia, non tutto ci ha convinto nella lettura zeffirelliana. E poiché non sempre rispetto e amore coincidono, non abbiamo difficoltà ad ammettere che, pur rispettando ed apprezzando, in generale, il lavoro di Zeffirelli come regista d’opera lirica, non lo amiamo. E non lo amiamo perché riteniamo che spesso, nelle sue opere, il regista cinematografico prende il sopravvento.

L’opera lirica, almeno secondo la nostra opinione, non fa parte delle arti visive. La sua essenza è nella musica e nel canto. E’ un’arte, in certa misura, astratta, che dovrebbe lasciare molto alla suggestione, o perfino all’immaginazione.

In una parola, nelle regie di Zeffirelli il rischio intrinseco è che ci sia troppo cinema. Troppo da vedere, troppe cose che accadono fuori dalla vicenda principale, troppa folla in scena, troppa distrazione per lo spettatore.

Anche in questi Pagliacci la parte visiva, bella, colorata, accurata, ricca (anche troppo) di dettagli, finisce in certa misura per prevaricare la parte musicale. Il cinema è qualcosa da vedere. L’opera, prevalentemente, qualcosa da ascoltare. Forse, talvolta, perfino da ascoltare ad occhi chiusi. In questa spettacolare, senza dubbio pregevolissima messa in scena, a nostro parere va in parte smarrita l’atmosfera dell’opera di Leoncavallo, forse addirittura il suo spirito.

Se una compagnia di “istrioni”, di modesti attori girovaghi che opera in una piccola, povera realtà contadina diventa quasi una specie di grosso circo con decine di acrobati, con un capocomico in un elegante completo gessato color panna, borsalino e sigaro in bocca, che arriva su una decapottabile anzichè su un carro tirato da un somarello, in qualche modo la storia si allontana dalla realtà che l’autore aveva  presente mentre scriveva il suo testo e la sua musica. Non la reinventa, ovviamente. Certo non nello stesso modo in cui le regie cosiddette “moderne” spesso falsano, violentano, distruggono i testi che mettono in scena. Ma in qualche modo, certo più raffinato, più, vorremmo dire, rispettoso, o addirittura affettuoso, se ne distacca.

Pagliacci
Florence, the Maestro Franco Zeffirelli visiting the palace where the tribunal of Florence, says that they will be the headquarters of his Foundation. Foto, Umberto Visintini/New Press Photo

Anche in questa regia, che a prima vista appare così fedele al testo, il regista si sovrappone all’autore fino, in qualche modo, a sostituirlo. Uscendo dal teatro, la sensazione è certo il piacere di avere assistito ad un bello spettacolo. Ma anche l’incertezza se abbiamo visto Pagliacci di Leoncavallo o Pagliacci di Zeffirelli.

Il confine è sottile, quasi impercettibile. Non certo l’abisso che separa certe regie di Michieletto, Guth, Warlikowski o del defunto Vick (giusto per citare a caso i primi nomi che mi vengono alla mente) dalle opere che mettono in scena, ma pur sempre una fedeltà “limitata” che finisce per mettere il regista troppo in evidenza rispetto al lavoro originale dell’autore.

Concludendo, la nostra personale opinione (per quel poco che può valere) è che, in un certo senso, le grandi “regie d’autore”, i pregevolissimi lavori degli Zeffirelli, dei Visconti, degli Strehler, abbiano, involontariamente, aperto uno spiraglio in cui si sono insinuati degli epigoni astuti, che, a poco a poco, si sono fatti largo fino a condurci alla disastrosa situazione attuale.

Che cosa ci riserverà il futuro, non lo sappiamo. Forse l’estinzione dell’opera lirica come forma d’arte e di spettacolo, poiché senza dubbio il cosiddetto Regietheater” a tutto contribuisce, tranne alla sua conservazione.

Marina Boagno

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Marina Boagno

REVIEWER

Marina Boagno acted for many years as an amateur talent scout, organizing concerts, and creating and directing events. Author of "Franco Corelli – Un uomo, una voce" (1990) and a biography of Ettore Bastianini’s, “Una Voce di Bronzo e di Velluto” (2003).

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Willem
Willem
1 anno fa

Ja, ook de wereld veranderd, neem dat afschuwelijk geluid van een Rapper, een opera bezoeken, laat je goed informeren, om niet voor verrassingen te komen.
ps. Heerlijk om te lezen.